Un termine che ultimamente sentiamo usare molto spesso,
ma cosa significa in psicologia?
Il termine Flow fu utilizzato nel 1975 da Mihály Csíkszentmihályi uno dei propulsori della psicologia positiva,per descrivere la sensazione che vive un individuo nel momento in cui vuole raggiungere un determinato obiettivo prefissato e in lui regna l’armonia mentale che gli favorisce la riuscita del compito. E’ giusto specificare che non è importante l’esito del compito ma che il soggetto possa trarre piacere nel compiere quella determinata azione. Quando siamo totalmente coinvolti in un’attività che ci piace per davvero, esempio un giocatore mentre gioca al suo sport preferito, un musicista con il proprio strumento, capita che ci si senta estraniati dal contesto nel quale stiamo vivendo e che si viva come se fossimo “mentalmente assenti” o dentro una bolla nella quale si perde la misura del tempo”. Questa situazione porta uno stato di benessere, a volte che sfocia addirittura in entusiasmo smodato. Durante il periodo di flusso l’individuo pensa totalmente con corpo e mente a ciò che sta facendo senza pensare a eventi precedenti o successivi così da non esserne condizionato, la concentrazione prende il sopravvento su ogni altra influenza psicologica. Tutto ciò che sta sotto le nostre abilità comporta noia mentre ciò che sta sopra tende a creare atteggiamenti antigeni, quindi siamo intrinsecamente portati a cercare ed affrontare sfide nuove che siano alla portata delle nostre capacità e nello stesso tempo ci stimolino ad adoperarci al meglio. Conosci la Peak Experience? Ne parliamo proprio qui!
La meditazione
Nello sport sempre più importante sono la meditazione e la continua ricerca dell’equilibrio fra mente e corpo.
Le culture orientali si basano moltissimo su questi concetti attraverso varie tecniche di rilassamento, la meditazione e la contemplazione, cioè l’ascolto di se stessi.
Phil Jackson (laureato in psicologia) ma più famoso come pluricampione NBA sia come giocatore che da allenatore, nel suo ultimo libro “Eleven Rings” parla di come abbia scoperto, finalizzato ed applicato la meditazione, il self talking, le tecniche di mindfluness per portare i propri giocatori ad un totale ascolto di se stessi per andare a costruire un grande equilibrio e poter rendere sempre al meglio. I risultati sembrano dargli ragione visto che è stato l’allenatore di Micheal Jordan ai Chicago Bulls e ai Los Angeles Lakers dove ha allenato Shaquille O’neal e Kobe Bryant.
Alberto Bandura attraverso la teoria dell’apprendimento sociale mise in luce che l’apprendimento non implichi solamente il contatto diretto con gli oggetti, ma che possa avvenire anche attraverso esperienze indirette come l’osservazione. Il modelling che è un processo di apprendimento che si attiva quando il comportamento dell’osservante si modifica in funzione del comportamento di un altro individuo che ha la funzione di modello.
L’apprendimento vicariante (o tramite osservazione), permette di imparare ed assimilare molte azioni non tramite spiegazioni verbali che spesso non sono soddisfacenti; nello sport questo è uno dei metodi di insegnamento più utilizzati semplicemente facendo osservare come dev’essere svolto un determinato esercizio o schema.
La scoperta dei neuroni specchio
Nei primi anni ’90 il neurofisiologo Giacomo Rizzolatti insieme alla sua equipe stava studiando i neuroni motori nell’area premotoria F5 del lobo frontale nella scimmia macaco, e notò che alcuni neuroni si attivavano nell’atto di strappare, tenere o afferrare degli oggetti ma non si attivavano se quel dato movimento non era finalizzato ad un determinato scopo. All’interno di quest’area sono stati localizzati dei neuroni appartenenti ad una classe specifica che si attivavano nel momento in cui la scimmia esegue delle azioni finalizzate ad un obiettivo specifico (es. afferrare una banana per cibarsi) e anche quando la scimmia osserva la stessa azione compiuta da terzi, che siano scimmie o sperimentatore. La capacità di questi neuroni di attivarsi all’interno del cervello per riflesso anche se l’azione viene svolta da un altro soggetto ne ha comportato il nome con il quale sono stati identificati, ovvero “mirror neurons o neuroni specchio”.
Durante l’osservazione di un’azione i neuroni specchio inducono l’attivazione del medesimo circuito nervoso addetto all’esecuzione dell’azione, e questa scoperta è stata collegata alla capacità di poter capire le azioni e intenzioni degli altri. L’osservazione attiva automaticamente una simulazione della stessa azione e grazie ad essa si può comprendere. I neuroni specchio sono situati nella corteccia pre-motoria frontale e nel lobo parietale; hanno la caratteristica di essere multimodali in quanto si attivano sia a livello visuale sia motorio quando osserviamo o compiamo in prima persona un’azione. Per studiare i neuroni specchio nell’uomo sono stati utilizzate tecniche non invasive di neuroimaging quali: Fmri (risonanza magnetica funzionale), TSM (stimolazione magnetica transcranica e la PET(tomografia a emissione di positroni. Nell’uomo le aree dove risiedono i neuroni specchio sono l’area 40 di Brodmann-Pf nel lobo parietale inferiore, l’area 44di Brodmann-Broca nel lobo frontale e l’area 45-corteccia premotoria adiacente. Essi si attivano con l’ascolto di frasi descriventi le azioni e attraverso il contatto tattile visivo/uditivo (tettamanti et al.2005, Gallese 2007), oltre ad essere fondamentali nella comprensione delle emozioni degli altri e nell’apprendimento per imitazione.
Bibliografia:
Psicologia Generale, D.L.Schacter, D. T. Gilbert, D. M. Wegner, Zanichelli, 2014, 5 ristampa, Bologna;
Giacomo Rizzolati e Lisa Vozza, 2008, Nella mente degli altri, Bologna
Quando avevo 15 anni mi ritrovai tra le fila di una squadra di basket tra le più importanti della mia città, non ero certo il migliore giocatore ma facevo parte di quel gruppo e gioivo per le vittorie e mi arrabbiavo per le sconfitte. Tecnicamente non eravamo i più forti del campionato, ma sicuramente una delle squadre atleticamente più allenate. Partimmo malissimo in campionato e non fu facile far fronte a tanti problemi, alcuni interni che esistono in tutti gli spogliatoi di tutti gli sport, soprattutto quando i risultati non arrivano il gruppo se poco coeso si sfalda; insomma quando si vince tutti amici e quando si perde è sempre colpa degli altri. La società pretendeva dei risultati buoni o almeno decenti e molti genitori pensavano che i propri figli fossero tutti talenti incompresi pronti a spiccare il volo verso l'NBA. Sorvolando momentaneamente su questo argomento vorrei parlarvi del coach, non vi racconterò la sua storia o degli allenamenti pazzeschi ed estenuanti che ci faceva fare, ma vi parlerò di quando a dicembre ci fu una riunione con un confronto diretto tra lui e noi giocatori. Ci attaccò chiedendoci di spiegargli il perché stessimo perdendo così tante gare e noi reagimmo provando a giustificarci:
“e ma gli avversari erano più forti”
“e ma l’arbitro non ci ha fischiato quei falli a favore…”
“e ma tizio non passa mai la palla, e ma caio non può pretendere di fare mille tiri…”
Le nostre giustificazioni sono state umane, in quanto abbiamo attuato un comportamento che mettiamo spesso in atto per difendere il nostro ego.
LA CULTURA DEGLI ALIBI:
Per rendere più chiaro il mio concetto mi avvalgo dell’ausilio di un video che hanno visto in molti (e se non l’avete ancora visto vi consiglio di trovarvi qualche minuto per guardarlo) coach Julio Velasco allenatore che può vantare di aver fatto incetta di decine di trofei con i club in giro per il mondo, oltre ad aver guidato la nazionale di pallavolo italiana alla conquista di campionati mondiali ed europei, esprime la “cultura degli alibi”. All’interno di una squadra è facile addossare le colpe degli errori e delle sconfitte agli altri, senza fare una sincera autocritica e riuscire a distribuire le colpe all’interno della squadra.
Ricordate l'allenatore che ci chiese come mai non riuscivamo nonostante gli sforzi a raggiungere gli obiettivi? Beh, lui da noi pretese solo una promessa: che non avremmo usato più scuse, mai più alibi se si sbagliava. Da quel momento si creò un'alleanza implicita tra i giocatori che raramente rividi in vita mia, ed io ogni volta che mi trovai in difficolta in qualche partita, nello studio o nella vita mi sono sempre ripetuto: "No alibi...".
Nello sport cosi come nella vita è fondamentale prefissarsi degli obiettivi, ancora meglio se quest’ultimi vengono a loro volta suddivisi in micro-obiettivi cosi da avere più velocemente dei feedback, migliorare perché consente di potersi organizzare.
Dalla psicologia del lavoro sino alla psicologia dello sport è stato confermato che il porsi degli obiettivi ha risvolti positivi sul risultato del lavoro e in tal caso un incremento della fiducia in se stessi. Locke e Latham (1985) vollero studiare il goal-setting nell’ambito sportivo e partirono da due concetti base:
nello sport si ritiene che il successo dipenda principalmente dall’abilità e dalla motivazione del soggetto;
la scelta degli obiettivi dovrebbe trovare un buon riscontro in campo sportivo, poiché si considera più semplice la misurazione della prestazione individuale rispetto a quella delle organizzazioni.”
Ansel e colleghi nel 1992 definirono che la formulazione degli obiettivi è uno strumento funzionale per il miglioramento e l’incremento della prestazione sportiva.
GOAL-SETTING
La ricerca sugli obiettivi, detto anche goal setting ha avuto inizio nella psicologia del lavoro, per poi espandersi anche negli altri rami della psicologia. L’obiettivo è ciò che spinge le persone ad agire in modo conscio ed è caratterizzato dalla direzione e dall’intensità; gli obiettivi incoraggiano a utilizzare nuove strategie per arrivare al fine prefissato. Il modello di Locke e Latam (1985; 1990) ha individuato cinque variabili che servono per moderare le influenze che gli obiettivi hanno sulla prestazione. Queste cinque variabili sono: l’abilità, l’impegno, i feedback, la complessità del compito e limiti situazionali. I due autori sopra citati nel 1985 scrissero un articolo nel quale spiegavano com’era cambiato il rapporto fra goal setting e prestazione sportiva spiegando come gli obiettivi devono essere applicati nello sport proponendo 10 ipotesi in merito:
Per avere un’azione più precisa è consigliabile usare obiettivi specifici;
L’elevato livello di difficoltà dell’obiettivo (fermo considerando che esso sia raggiungibile e concreto) rende migliore la prestazione del soggetto;
Un buon risultato è sicuramente condizionato dalla presenza di obiettivi specifici;
Fondamentale é saper programmare obiettivi anche a lungo termine;
Gli obiettivi influenzano la prestazione a livello di impegno, interesse e costanza;
I feedback sono fondamentali nella crescita personale in quanto stimolano nel raggiungere un certo fine;
Più gli obiettivi sono difficili maggiore sarà lo sforzo richiesto, questo fattore andrà a stimolare la motivazione del soggetto;
Un semplificatore nel raggiungere dei target richiesti da parte del coach potrebbe essere quello di condividere con l’atleta le scelte, le metodologie di allenamento e l’utilizzo di rinforzi positivi;
Una buona programmazione strategica facilita il raggiungimento di un fine;
La competizione incrementa la prestazione sportiva, fino al momento in cui sarà possibile definire obiettivi maggiori.
I due autori hanno aggiunto vari esempi del funzionamento del goal-setting in differenti situazioni quali: obiettivi di allenamento, obiettivi individuali e di squadra, obiettivi per migliorare il sé e gli obiettivi durante la competizione. Burton (1993) confermò l’efficacia del goal setting anche all’interno degli ambiti sportivi con percentuali di riuscita intorno al 75% da parte degli atleti che si pose un obiettivo specifico e difficile rispetto ai colleghi che non si erano posti alcun tipo di obiettivo o che si limitarono “a fare del loro meglio”; una cifra considerevole ma comunque sotto la media di successo della stessa teoria applicata al mondo del lavoro che sfiora addirittura il 90%.
Modello della scelta degli obiettivi competitivi:
all’interno della psicologia positiva era ormai noto che ci fosse una relazione positiva tra la scelta degli obiettivi e l’incremento della prestazione, però spesso non era dato peso all’aspetto psicologico degli atleti, come ad esempio, l’orientamento motivazionale e l’autoefficacia. Burton [1992;1993] volle costruire un modello che identificava al suo interno stili individuali di scelta degli obiettivi.
La ricerca della psicologia motivazionale ha messo in luce l’esistenza di due approcci differenti nei confronti della prestazione: orientato al compito e orientato al risultato. Gli individui rivolti al compito sono orientati verso al raggiungimento di obiettivi personali attraverso un processo autoreferenziale, come il migliorare la padronanza in un compito o le abilità specifiche. Coloro che sono orientati al risultato, invece, misurano il proprio successo esclusivamente attraverso termini sociali come la vittoria e la sconfitta in una prestazione sportiva come unico metro di misurazione.
Psicologia dello sport, una visione strategica; S. Binazzi; BradipoLibri editore, 2013;
non vuol dire solo buttarsi nelle mischie, prendere e dare colpi violenti, lanciarsi in situazioni di gioco “pericolose”. Il coraggio è anche non aver paura dei pensieri e commenti altrui ed essere liberi di esprimersi liberamente. Lo sport aiuta anche a questo.
Sport
significa divertimento, parola che deriva dal verbo latino divertere che significa allontanarsi. Ma lo sport non si limita al concetto di gioco, ma anche ad un concetto educativo, di unione e di superamento di limiti non solo legati alla prestazione sportiva ma anche tutti quei limiti sociali.
Gareth Thomas:
Gareth Thomas è un ex giocatore di rugby, il primo a raggiungere le 100 presenze con la maglia del Galles chiusa nel 2010, oltre ad aver vinto con la maglia del Tolosa una Coppa Europea.
Un uomo di oltre 190cm per oltre 100kg.
Perché ne parliamo? Perché è stato il primo giocatore di rugby a dichiararsi omosessuale, una scelta coraggiosa visto ancora il grande polverone che alzano certe dichiarazioni nel mondo sportivo, soprattutto in uno sport duro e fisico come il rugby.
“ogni impatto,
ogni “mischia,
e tutte le ossa rotte
non eravamo nulla rispetto
ai demoni che mi circondavano
nelle mie ore più scure,
provando a intimorirmi.
Dirgli che ero gay
è stata la cosa più difficile che io abbia mai fatto,
…ma nonostante tutto loro erano al mio fianco”
Qui la sua testimonianza di come avesse più paura di dire apertamente il suo orientamento sessuale ai propri compagni di squadra rispetto a subire un contrasto, una frattura, una sconfitta. E i suoi compagni hanno oltre che accettato la cosa, lo hanno sostenuto e aiutato nei momenti di difficoltà. Lo sport insegna anche questo, che si possono superare molte difficoltà della vita con il supporto di amici o di compagni di squadra, perché quando si indossa la divisa di una squadra non è importante ciò che tu ami, di che colore tu abbia la pelle o da dove vieni; a quel punto sei un fratello e tutti coloro che sono con la tua divisa faranno di tutto per aiutarti perché sanno che tu faresti lo stesso per loro.
Possono sembrare un sacco di banalità a molti di voi, ma lo sport ha un potere enorme che spesso molti sottovalutano perché fare sport significa parlare tutti la stessa lingua e confrontarsi tutti insieme sullo stesso piano, ricordandoci che alla base di esso vi è un gioco che abbatte tutte le barriere sociali e di pregiudizi.
“un insieme d’individui che interagiscono, si sentono e si percepiscono uniti, perseguendo scopi condivisi da tutti, si danno una struttura organizzata ed hanno un’ideologia comune a guida della propria condotta” S.Binazzi
Nei contesti di sport di squadra vigono gli stessi principi con i ragazzi che entreranno nel gruppo ed ognuno di loro porterà con sé i valori personali, paure, ansie, aspettative e sogni. Il livello di coesione di gruppo si misura in base a quanto i ragazzi si percepiscono integrati all’interno del gruppo condividendo lo stesso obiettivo collettivo si orientano tutti nei suoi confronti per raggiungerlo senza tralasciare le aspettative personali. (Terreni, Occhini, 1997).
Questa definizione è una delle molteplici che è attribuita al gruppo perché racchiude molti aspetti sociali e personalmente trovo sia la più inerente in una fase di costruzione di concetto di squadra. Come venne già affermato da Lewin (1890-1947), in coerenza con il pensiero del movimento gestaltico dove “il tutto è più della somma delle singole parti”, anche il gruppo non si può definire esclusivamente come la somma dei singoli membri ma, le loro relazioni interne renderanno il gruppo una dimensione superiore. W.E.Bion (1897-1979) basò i suoi studi sulla ricerca dei gruppi in chiave psicoanalitica, e riuscì a distinguerli in base alla presenza o meno di uno scopo prestabilito: i gruppi di lavoro che sono caratterizzati dall’avere uno scopo comune esplicitato da tutti i partecipanti, ed i gruppi di base sono tutti quei gruppi che non hanno uno scopo prefissato.
“La mentalità di gruppo è l’espressione unanime della volontà del gruppo, alla quale l’individuo contribuisce in modo inconscio, che lo mette a disagio tutte le volte che pensa o si comporta in maniera deviante rispetto agli assunti di base. Si tratta cioè di un meccanismo di intercomunicazione destinato a garantire che la vita del gruppo sia sempre in accordo con gli assunti di base”
Inoltre definì tre assunti di base, che sarebbero i meccanismi di difesa che il gruppo attua con placare gli impulsi irrazionali che i membri del gruppo fanno emergere quando sono all’interno del gruppo:
assunto di base di dipendenza
“il gruppo si riunisce allo scopo di essere sorretto da un capo, dal quale dipendere, per riceverne nutrimento, materiale e spirituale, e protezione”;
assunto di base di attacco fuga:
“il gruppo si è riunito per combattere o per fuggire qualcosa, e che il gruppo è preparato a fare l’una o l’altra cosa indifferentemente”;
assunto di base di accoppiamento (o speranza messianica)
“è una persona o un idea che salverà il gruppo (dai sentimenti di odio, distruttività e disperazione esistenti in questo o in un altro gruppo) ma naturalmente, perché ciò avvenga, questa speranza non si deve mai realizzare”.
Palmonari (2001) precisò le differenze tra gruppo informale e formale dove il primo è una associazione libera e spontanea di individui che decidono di trascorrere del tempo insieme in base ai propri interessi, mentre i gruppi formali si basano su regole chiare e precise come ad esempio, una squadra. I gruppi sono sempre unici ed inimitabili per una serie di caratteristiche che si combinano fra loro, come ad esempio la zona geografica, il gruppo sociale di appartenenza, contesto storico e culturale dove e quando nasce quel gruppo, oltre a tutti quei fattori che vanno a influenzare positivamente o negativamente, volontariamente o meno quel dato gruppo come i genitori, gli educatori o nel nostro caso gli allenatori.
bibliografia:
De Grada, Psicologia dello sport – una visione strategica, S.Binazzi, Bradipolibri ed., 2013, Torino);
Psicologia dello Sport – una visione strategica. Sara Binazzi, Bradipo Libri editore, 1° edizione, 2013, Ivrea;
“Ogni qual volta smettiamo di
parlarci di noi e del nostro mondo,
il mondo rimane sempre come
dovrebbe essere.
Con questo nostro dialogo lo rinnoviamo,
gli infondiamo vita, lo
puntelliamo.
Non solo: è mentre parliamo a noi stessi che
scegliamo le nostre strade.
Ripetiamo quindi le stesse scelte
fino al giorno della morte,
perché fino a quel giorno
continuiamo a ripeterci le stesse cose:
un guerriero è consapevole di questo atteggiamento
e si sforza di fermare il suo dialogo interiore.
Questa è l’ultima cosa che devi
sapere se vuoi vivere come un guerriero.”
Carlos Castañeda
Vi è mai capitato di farvi discorsi lunghi e
impegnativi in testa?
Magari vi fate delle domande mentalmente e
poi rispondete anche…
Bene sappiate che parlare con sé stessi , in
un luogo riservato come la mente,in cui nessuno eccetto voi può entrare, è una
risorsa unica nel suo genere.
Spesso si fanno ragionamenti su cose che ci
piacerebbe accadessero, su eventi complicati o su cosa ne pensiamo di una certa
situazione, ma perché allora non sfruttare questa dote per incrementare la
propria abilità sportiva, per massimizzare il rendimento e la prestazione?
Da alcuni anni ha preso piede nel mondo
dello sport il
SELF-TALK, ovvero il parlare a sé stessi.
Il dialogo interiore è una tecnica
frequentemente usata dagli sportivi per incrementare la propria fiducia e la
propria autoefficacia prima di un gesto tecnico o prima di un’intera
competizione.
Il contenuto di questi discorsi è variegato
ma mirato:
-Argomentazioni tecniche su un gesto o movimento in particolare
-Parole che riescano a modificare positivamente l’umore
-Parole positive
Tramite questa tecnica devono riemergere
nell’atleta sensazioni positive che portano l’individuo a provare emozioni
produttive e ideali per il raggiungimento del compito che ci si appresta ad
effettuare.
razie a questa modalità di pensiero, l’attenzione
viene focalizzata su qualcosa di preciso, la concentrazione è ai massimi
livelli in quel momento e su un elemento ben definito.
Una delle frasi maggiormente usate dagli
atleti durante una gara è: CE LA POSSO FARE, L’HO FATTO MILIONI DI VOLTE, CE LA FACCIO!
Questa semplice frase ripetuta più volte,
rende l’individuo consapevole del proprio talento e delle proprie capacità così
tanto da portarlo a crederci sul serio e a raggiungere l’obiettivo desiderato.
Tuttavia bisogna fare attenzione a quei dialoghi
che influenzano negativamente la nostra fiducia, frasi come: “Ho già perso due
punti” o “gli altri mi sono avanti di 10 secondi”, o ancora “Sono già caduta
due volte, è finita!”, hanno ripercussioni disastrose e ostacolano l’individuo
che farà fatica a portare a termine la propria prova senza inciampare in
qualche sbaglio.
PENSATE
POSITIVO, SIATE POSITIVI, VEDRETE I BENEFICI!
Ognuno di noi ha frasi, parole, immagini ben
precise e personali che prima di appuntamenti importanti lo aiutano a pensare
positivo, a incrementare la fiducia in se stessi a percepirsi come competenti e
idonei.
Pensate ogni giorno a quella CHIAVE che vi
apre le porte del successo, un simbolo, un suono, una parola che vi fa stare
bene e vi fa sentire unici, vedrete che in quello che pensate comincerete a
crederci veramente.
Guardate questo video prodotto dalla Nike per promuovere i propri prodotti, ma soprattutto i propri valori, storie interiori di tante donne che parlano con se stesse durante sessioni di allenamento in cui riflettono sulle loro capacità, sul contesto in cui sono e arrivano poi a sviluppare pensieri positivi e produttivi su sé stesse.
“Si realizzano sempre le cose in cui credi
realmente,
il
credere in una cosa la rende possibile.”
Frank Lloyd Wright
Veronica Cusa
Fonti:
·Birrer, D., Morgan, G., Ruchti,
E. (2010). Psiche – Basi teoriche ed esempi pratici. Macolin: UFSPO.